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IL MOSTRO – Un po’ di Horror non guasta

IL MOSTRO

Un racconto breve di Sergio Faccini

 

 

Salve, mi chiamo Nicola Rossetti, anche se in realtà questo non è il mio vero nome.

Se leggesse i dati riportati sulla mia carta di identità, troverebbe altre inesattezze, come il luogo e la data di nascita, che non sono Bologna e il 14 luglio 1987, come riportato.

Se per il primo dato, posso indicarle una remota regione ai confini tra la Turchia e l’Iran, per la data, ahimè, non possiedo indicazioni precise.

Diciamo che, approssimativamente, l’evento si colloca al termine della glaciazione di Würm.

Eh già, perché, si da il caso, che io sia immortale.

La prego, non ci pensi nemmeno.

Parlo di tentare di aprire il cassetto del comodino per prendere il suo adorato coltello a scatto, quello col manico in madreperla e la lama da 15 centimetri.

Sì, proprio il suo giocattolo preferito, lo stesso che ha adoperato per infierire crudelmente su quelle tre donne prima di stuprarle, quando erano ormai morenti, ridotte a delle povere bambole senza più occhi, orecchie e lingua.

Glielo ripeto, non ci provi. Sono dieci volte più veloce e venti volte più forte di lei.

In questo momento si sta chiedendo come possa conoscere il suo segreto.

Io so tutto di lei, conosco ogni ripugnante angolo della sua piccola sordida mente, perché sono in grado di leggerla come la pagina di un quotidiano.

Ma non tema, non ho alcuna intenzione di avvertire la Polizia, queste son cose che rimarranno tra noi, come anche il suo primo crimine.

Aveva poco più di tredici anni, vero? Davvero singolare aver ucciso entrambi i genitori, rei di aver dedicato troppo amore all’odiata sorellina.

Nonostante siano trascorsi dodici anni, sento ancora vivo in lei il piacere che provò nel recidere quella piccola gola, mentre dormiva nel lettino stringendo al petto un orsetto di peluche.

Fu la prima volta che ebbe un orgasmo, e accadde proprio mentre il rosso sangue innocente sprizzava caldo ovunque, anche sul suo viso ancora imberbe.

Non le diede altrettanto piacere sgozzare suo padre e sua madre, immersi nel pesante sonno in cui li aveva fatti sprofondare usando un intero flacone di sonnifero, mescolato alla solita tisana serale.

Quella fu una pura e semplice necessità, al fine di ristabilire la giustizia, così come si rese necessario, per sfuggire alle accuse, dar fuoco alla casa, distruggendo ogni prova.

Le ribadisco che non ho intenzione di denunciarla. Ogni suo delitto rimarrà tra noi.

Del resto, tra mostri, un minimo di cortesia è naturale, non trova?

Adesso si sta domandando che tipo di mostro io sia.

Trovo corretta la sua richiesta, e quindi glielo spiegherò.

Quando nacqui, tra i dieci e i dodicimila anni orsono, feci immediatamente, seppur inconsapevolmente, la mia prima vittima, uccidendo mia madre, durante un travagliato e dolorosissimo parto.

A quei tempi non era cosa rara, ma quello che colpì l’immaginazione di quella ignorante e selvaggia tribù di cacciatori e raccoglitori, fu il mio aspetto.

Alla nascita pesavo oltre sette chili, e avevo le fattezze di un bimbo di un paio d’anni.

Le donne della tribù incominciarono a sussurrare che fossi figlio di qualche demone, anche perché mia madre non era sposata, e nessun maschio ammise di aver giaciuto con lei.

Quando era rimasta incinta nessuno si era posto troppe domande, essendo di una situazione che accadeva di frequente, ma, dopo la mia nascita, furono in molti a ricordare quanto spesso si allontanasse da sola dall’accampamento, ritornando solo il giorno seguente.

Donne e cacciatori avrebbero voluto senza indugio uccidermi, ma lo sciamano li avvisò, che, così agendo, avrebbero potuto incorrere nell’ira del demone mio padre.

Così mi affidarono a lui perché mi allevasse, fino a quando non fossi stato in grado di badare a me stesso, dopodiché mi avrebbero abbandonato al mio destino. Nel frattempo, sarebbe stato suo compito controllarmi, evitando pericolosi contatti con i membri del popolo azzurro, come pomposamente si erano battezzati, pensando di discendere direttamente dal cielo.

Non c’era latte per me, perché nessuna madre avrebbe permesso che lo dividessi con i propri figli.

Tutti sperarono, che, senza nutrimento, sarebbe stata madre natura a liberarli della mia maligna e ingombrante presenza.

Lo Sciamano tentò di allattarmi col latte di capra, unico animale, assieme a qualche cane semi selvatico, allora addomesticato, provò anche con spremute di frutti, erbe e semi commestibili ridotti in poltiglia, pastelle di grano e orzo selvatico opportunamente allungate con acqua… tutto inutile: il mio stomaco rigettava ogni tipo di cibo.

Nonostante il protrarsi del digiuno, sembrava che sorella morte non avesse alcuna intenzione di  accogliermi tra le sue braccia, e anzi, dopo pochi giorni dalla nascita, ero cresciuto parecchio, e mi erano spuntati alcuni denti.

Il sacerdote decise di provare con un brodo di carne di gazzella, e se ne fece portare una appena uccisa dai cacciatori.

Ancora sanguinolenta, la appese per le zampe posteriori fuori dalla sua tenda, con l’idea di scuoiarla per ricavarne dei pezzi di carne da far bollire, cucinando un nutriente brodo ristretto con cui nutrirmi.

Io già gattonavo e, con suo sommo stupore, mi vide posizionarmi sotto la carcassa e bere avidamente il sangue che gocciolava dalla ferita mortale, inferta all’animale dal cacciatore con la sua la lancia dalla punta di selce.

Scoprì così che il solo nutrimento che gradivo era il sangue.

Quello che capì soltanto qualche anno più tardi, fu che l’unico sangue che poteva placare la mia sete era quello umano.

Eh sì, mio caro, oltre a immortale e lettore di menti, debbo confessarle di essere un vampiro, anzi, senza tema di smentita, non avendo mai incontrato nessun’altro mio simile in tutti questi millenni, posso tranquillamente affermare di non essere un vampiro, ma il Vampiro.

Non so darle spiegazione alcuna sulla mia natura, nemmeno dopo decenni da me dedicati allo studio della biologia e della genetica moderna, ma solo le mie personali supposizioni.

Presumo di essere il frutto d’una particolarissima, direi straordinaria, anomalia genetica, forse una mutazione, indotta da particolari e irripetibili situazioni ambientali.

Sono giunto a tale conclusione rammentando che, nelle canzoni che quel rozzo popolo, si narrava di un cataclisma abbattutosi in quella regione in concomitanza al mio concepimento.

Quelle genti, ignoranti e superstiziose, avevano pensato che qualche divinità, furibonda per i peccati dell’Uomo, avesse scagliato su di loro celesti e mortali serpi di fuoco.

Alcuni studiosi sostengono che, in quell’epoca lontana, in quella regione, vi sia stato un cataclisma causato dalla caduta di uno sciame di piccole comete, o grossi meteoriti.

Gli impatti potrebbero aver prodotto esplosioni paragonabili a detonazioni nucleari, con conseguente emissione di radiazioni di vario genere, che potrebbero aver modificato il mio DNA, quando ero ancora nel grembo materno.

In verità, temo che il mistero della mia esistenza rimarrà tale.

Qualche anno fa, fui seriamente tentato di far analizzare il mio genoma in qualche laboratorio, ma prudenza mi suggerì di evitare le attenzioni che sarebbero inevitabilmente sorte nei miei confronti, per cui dovrà accontentarsi delle mie elucubrazioni.

Ma torniamo al racconto della mia giovinezza.

A tre anni ero alto un metro e mezzo, pesavo una quarantina di chili, ma, soprattutto, correvo talmente veloce da poter raggiungere un toro in corsa, ed ero così  forte da riuscire ad afferrarlo per le corna e spezzargli il collo.

Nonostante portassi al campo tre volte più prede del migliore dei cacciatori, e mi limitassi a berne il sangue, regalando la carne e le pelli al popolo azzurro, non ricevetti che insulti e malevole occhiate.

Accadde che, durante il perpetuo vagabondare, un’altra tribù venisse in contatto con la nostra.

Considerando la vastità dei territori, e il numero esiguo degli esseri umani che a quel tempo abitava la Terra, era un evento raro che quasi sempre si accompagnava a memorabili feste, durante le quali venivano scambiate merci, e le giovani donne spesso si accoppiavano con i cacciatori dell’altra tribù.

Talvolta, però, gli incontri non erano amichevoli.

Se in uno dei due popoli scarseggiavano le giovani fertili, o i beni da scambiare, scoppiavano scontri cruenti con morti e feriti.

Il popolo rosso, così chiamato perché i maschi si dipingevano il volto di quel colore, attaccò la tribù dove vivevo, sfruttando l’assenza di numerosi cacciatori che stavano seguendo una mandria di gazzelle.

I pochi uomini rimasti non avrebbero potuto opporsi, e l’attacco sarebbe sfociato in un rapimento di massa di giovani donne con il furto di attrezzi e vettovaglie.

Non essendo bene accetto tra i cacciatori, non mi ero unito a loro. Ero poco distante dal villaggio, quando udii le urla dello scontro.

Rapido come un ghepardo, mi lanciai in mezzo agli attaccanti e, senza alcuna arma se non le mie mani, in pochi attimi ne feci scempio.

Fu quella la prima volta che assaggiai il sangue umano, e fu come scoprire la più potente e sublime delle droghe.

Quel giorno salvai il popolo azzurro, ma divenni un mostro.

Non riuscii mai più a liberarmi da quella sete, e per secoli vagai tra le savane che ricoprivano quelle terre, solitario predatore di uomini.

Uccidevo solo quando il desiderio si faceva impellente, scegliendo, proprio come una fiera, i soggetti più deboli, vecchi o ammalati, e spostandomi rapidamente da una tribù all’altra.

Divenni l’incubo notturno di quelle genti, il mostro assetato di sangue, il demonio dalla forza e velocità sovrumane.

Quando caddi in un’imboscata, tesami da una dozzina di cacciatori, non volendo ucciderli, mi limitai a difendermi. Nonostante la rapidità dei miei movimenti, non riuscii a evitare di essere più volte trafitto dalle loro lance.

A questo punto devo rivelarle che il mio corpo, oltre a non invecchiare, possiede l’incredibile capacità di guarire pressoché istantaneamente da qualunque ferita.

Non solo non ho mai sofferto di alcuna malattia, ma nessuna delle numerose ferite che ho subito ha mai avuto conseguenze, se non procurarmi lo stesso dolore che avrebbe provato un comune mortale.

Una volta un colpo d’ascia mi tranciò di netto un braccio, che in pochi giorni ricrebbe perfettamente uguale all’arto perduto; in un’altra occasione rimasi intrappolato in un bosco in fiamme, e il mio corpo arse tra indicibili tormenti, ma, dopo una sola settimana, il mio aspetto era tornato quello di sempre.

Scoprii questo mio dono quando quelle primitive lance di pietra mi inflissero ferite mortali, che però non sortirono alcun effetto, così ché, alle mie demoniache doti descritte nelle leggende che mi riguardavano, si aggiunse anche l’invulnerabilità.

Sono convinto di aver dato origine a molti miti di spaventosi demoni che nacquero in quelle terre e che successivamente si propagarono in tutto il mondo.

Come vede, le sue sei vittime sono ben poca cosa rispetto alle migliaia che ho collezionato durante la mia millenaria esistenza, tuttavia, tra me e lei esistono alcune sostanziali differenze.

Io, al contrario di quello che ho letto nella sua mente, non ho mai provato piacere nel togliere la vita. Ho semplicemente dovuto farlo perché questa è la mia natura e, nonostante abbia ripetutamente tentato, non sono mai riuscito a mutarla. In ogni caso, ho sempre evitato di infliggere inutili sofferenze.

In un altro aspetto siamo assai diversi.

In lei non ho scorto la minima traccia di amore.

Comprendo quello che sta pensando in questo momento: con che coraggio questo mostro sanguinario parla di amore?

Eppure è così.

Ammetto di essere un mostro, ma la mia natura demoniaca convive con quella umana che, contrariamente a quanto accade negli psicopatici come lei, è assolutamente normale, e mi fa provare sentimenti quali l’amicizia e l’amore.

Ho sempre gelosamente conservato il ricordo delle centinaia di amici che ho avuto, così come nulla è andato perduto delle donne che ho amato.

Leggo nella sua mente una totale incomprensione, e il dubbio che io le stia spudoratamente mentendo, ma le assicuro che così non è.

Rammento perfettamente quando vidi per la prima volta Rin-Sa-Niu, il mio primo amore. Lei la troverebbe bassa e troppo formosa, ma, a quel tempo i suoi seni prosperosi e i fianchi larghi erano i canoni dominanti della bellezza.

Me ne innamorai immediatamente, e pagai a suo padre la spropositata somma di sei capre e due bufale, senza nemmeno contrattare, sposandola la sera stessa.

Aveva appena compiuto undici anni… non commenti, la prego, all’epoca, era l’età più adatta per una donna per maritarsi e figliare.

Amai, ricambiato, la mia piccola Rin per tutti i successivi ventisette anni che visse, prima che una febbre me la portasse via, e le giuro che non smisi mai di amarla, come il primo giorno.

Non ho mai generato figli, e sono convinto che, anche se fu il cruccio di tutte le mie spose, per l’umanità sia stato meglio così.

Percepisco che le pare impossibile che io, diversamente da lei, non provi piacere nell’uccidere.

Ebbene sappia che non solo non ne provo piacere, ma che ne sono disgustato.

Ho fatto molti tentativi per liberarmi da questa mia orribile dipendenza, nutrendomi di sangue animale. A prezzo di indicibili tormenti, resistetti talvolta anche per alcuni anni, ma poi, inevitabilmente, venni sempre travolto da spaventose crisi di astinenza, compiendo vere e proprie stragi.

La prima volta, circa 4.500 anni fa, vivevo in Mesopotamia, ai tempi dell’egemonia di Uruk, e, sotto le mentite spoglie di un ricco mercante, conducevo una normale esistenza, con tanto di moglie e cari amici.

Decisi di smetterla di comportarmi come un demone assassino, col risultato che, dopo due anni di astinenza, in una sola notte di follia, sterminai un intero villaggio sulle rive dell’Eufrate.

Ci riprovai nel XXVI secolo.

Attirato dal desiderio di conoscenza, mi imbarcai come studioso e medico di bordo su un veliero britannico che, in un viaggio di alcuni anni, avrebbe circumnavigato l’America del Sud.

Divenni amico dell’equipaggio. Tentai di comportarmi come uno di loro, reprimendo il mio desiderio di uccidere. Fu un errore gravissimo, perché, in un giorno di furia, li uccisi tutti, causando il naufragio della nave su un’isola sperduta. Solo dopo due decenni riuscii a salire su una nave di passaggio e tornare alla civiltà.

Avevo sperato che, con l’avvento delle trasfusioni e della conservazione del plasma umano, avrei finalmente trovato la soluzione al mio dramma, ma, purtroppo, sembra che solo il sangue ancora caldo soddisfi la mia sete.

Ormai ho definitivamente accantonato ogni tentativo in tal senso, accettando la mia natura di mostro.

Sento che lei nutre forti dubbi su quanto le ho raccontato, e non posso biasimarla. Di certo non è una storia che si possa tranquillamente accettare senza che la logica vacilli.

Si sta chiedendo come sia riuscito a mantenere questo mio terrificante segreto. Nulla di più facile.

Grazie all’esperienza regalatami dall’immortalità, ho accumulato enormi ricchezze che mi hanno permesso di cambiare identità, prima che il trascorrere del tempo potesse rivelare la mia natura.

Fino a oggi è stato semplice: me ne creavo una nuova in qualche Paese lontano, un nipote di un inesistente fratello, o un figlio avuto da qualche occasionale avventura e poi riconosciuto, quindi, fingevo la mia morte.

Mi sono scordato di dirle che riesco a fermare il mio cuore per alcuni giorni. Mi basta evitare di essere cremato, per risorgere un paio di notti dopo la mia tumulazione, e andarmene nella mia nuova patria, assumere la nuova identità, ed ereditare il mio patrimonio, anche se, in questi ultimi decenni, questa strategia si sta facendo sempre più complicata.

Temo che a breve sarò costretto a migrare in altri continenti, tecnologicamente meno avanzati, per sfuggire a legislazioni e controlli ormai troppo stringenti.

Tra qualche anno me ne andrò dall’amata Europa e mi rifugerò in Africa, in  Oriente, o in America Latina.

Mi dispiacerà abbandonare l’Occidente, ma non posso farci nulla. Per tornare dovrò, ahimè, attendere il crollo di questa civiltà.

Non sia così sorpreso: durante la mia vita ho visto imperi che sembravano destinati all’immortalità, disgregarsi nel volgere di pochi decenni, finendo, in alcuni casi, per perdersi nell’oblio.

Ho imparato che nessuna nazione, regno o civiltà dura in eterno.

Mi basterà aspettare.

Ma non divaghiamo, perché, mi scusi la battuta, il tempo è tiranno, e quello di questo nostro incontro sta finendo.

Ma via, ancora pensa a quel coltello! Non sia sciocco, e accetti che la natura faccia il suo corso.

Lei è un predatore di esseri umani, io, ormai da secoli, non potendo mutare la natura di mostro, per tacitare la mia coscienza, ho scelto di diventare il predatore dei predatori.

Può forse lamentarsi la lince, dopo ave fatto strage di uccelli e roditori, se viene ghermita dal giaguaro?

Suvvia, si metta l’animo in pace e si consoli, sapendo che finalmente avrà parte in una buona azione.

Sì, perché, non solo quella giovane cameriera, che da qualche settimana ha adocchiato, non morirà urlando sotto il suo coltello, ma, grazie al pasto che mi fornirà, non dovrò uccidere nessuno per almeno un altro mese.

 

FINE

2021© Sergio Faccini.
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, persone ed eventi narrati sono il frutto della fantasia dell’Autore. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, eventi o luoghi esistenti, è da ritenersi puramente casuale. Questo racconto contiene materiale coperto da copyright, e non può essere copiato, noleggiato, licenziato, trasmesso in pubblico. O utilizzato in qualunque altro modo ad eccezione di quanto è stato specificatamente permesso dall’autore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile (Legge 633/1941).

Nota dell’autore: come tutte le altre schegge postate sul sito, anche questo è un mio vecchio racconto, rispolverato per l’occasione, senza che sia stato sottoposto all’editing che solitamente precede la pubblicazione. Stile e punteggiatura sono quindi quelli originali di parecchi anni fa.

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